venerdì 5 ottobre 2012

L'importanza dell'isolamento termico

Tutela del clima e dell’ambiente, bassi costi di gestione e benessere abitativo sono argomenti fondamentali che si possono soddisfare utilizzando un adeguato sistema di isolamento termico, come il Sistema Cappotto Fassatherm® di Fassa Bortolo

A tal proposito abbiamo parlato con il Direttore Marketing della Fassa il dott. Eugenio Cervato che ha risposto ad alcune domande per chiarire e approfondire questo argomento di forte attualità. 

· Perché è importante isolare in modo corretto la propria abitazione? Quali problemi si possono evitare facendolo?
E’ importante isolare in maniera corretta per risparmiare energia: in questo modo si riduce la dispersione di calore nel periodo invernale e si consente un miglior isolamento nel periodo estivo. 
Il risultato è l’abbattimento dei ponti termici, evitando punti freddi all’interno dell’edificio che possono dare origine a condensa e quindi muffe che alterano la salubrità ed il confort dei locali interni. 

· Cosa si intende per isolamento a cappotto e quali sono i suoi vantaggi? 
Si intende un isolamento con idonei pannelli isolanti all’esterno e un conseguente abbattimento della trasmittanza termica delle superfici opache verticali degli edifici. 
Il sistema a cappotto è la miglior soluzione per isolare termicamente un’abitazione. 

· L’isolamento a cappotto può essere applicato su tutti i tipi di abitazione? Sia già costruite sia in fase di costruzione? 
Si, il sistema a cappotto può essere applicato su ogni tipologia di abitazione valutando caso per caso il ciclo corretto per ogni intervento. Le nuove costruzioni devono rispettare la trasmittanza termica imposta per legge secondo la zona climatica di riferimento e pertanto l’isolamento dell’edificio è obbligatorio. 
Nel caso di riqualificazione energetica dell’edificio esistente è possibile ottenere il beneficio delle detrazioni fiscali, compatibilmente con le indicazioni della Sovrintendenza. 
Ad esempio nei centri storici molte abitazione sono vincolate e le facciate non possono essere modificate: in tal caso occorre intervenire dall’interno.

[ Fonte: Intervista al direttore marketing della Fassa Bortolo ]


venerdì 28 settembre 2012

Le Silo Home


E se davvero riuscissimo, in un giorno non troppo lontano magari, a sostituire definitivamente il petrolio con fonti di energia rinnovabili, che cosa ne sarebbe delle migliaia di silos costruiti per contenere il tanto discusso liquido nero? 

Ci hanno pensato i giovani progettisti di PinkCloud che, partendo da questa ipotesi - meno utopistica di quel che potrebbe sembrare - hanno studiato un piano piuttosto dettagliato per il recupero ed il riutilizzo sostenibile di questi "contenitori", trasformandone radicalmente sia la destinazione che il significato simbolico: da contenitori di petrolio, con tutte le conseguenze negative per l'ambiente, a "contenitori di vita", abitazioni plurifamiliari accessibili, energeticamente autosufficienti ed a loro volta generatrici di energia pulita. 

I SILOS
Nel mondo esistono circa 50 mila contenitori pressurizzati per il deposito di petrolio, distribuiti in oltre 650 raffinerie. Se la popolazione mondiale continuasse a crescere ai ritmi attuali, potrebbe aggravarsi ulteriormente il problema del reperimento di questo tipo di materia prima e dunque occorrerebbe necessariamente puntare su sistemi di produzione energetica differenti e, perché no, maggiormente rinnovabili. L'idea del team di progettisti nasce proprio dalla riflessione sul potenziale progressivo abbandono delle migliaia di strutture di deposito, e sulla loro possibile riconversione in chiave sostenibile. 

COME RENDERE ABITABILE UN EX DEPOSITO DI IDROCARBURI
Naturalmente un cambio di destinazione d'uso così radicale comporta una precisa riflessione in termini di fattibilità: come eliminare il rischio di residui tossici in un edificio destinato alla abitazione? Gli autori del progetto fanno riferimento ad una biotecnologia di risanamento, che prevede l'utilizzo dei cosiddetti "batteri mangiapetrolio", microrganismi che letteralmente si cibano di petrolio e sono in grado di digerire idrocarburi ed altre sostanze tossiche per l'uomo. Successivamente alla bonifica si procederebbe, partendo dalla base strutturale esistente, al montaggio di solai e tramezzi, alla installazione degli impianti, alle finiture ed agli arredi. L'assemblaggio modulare e la prefabbricazione della maggior parte dei componenti riducono i costi globali (oltre che i tempi di realizzazione) del 33%, rispetto ad una costruzione ex novo di tipo tradizionale e comparabile, consentendo dunque anche a fasce meno abbienti della popolazione di accedere ad abitazioni moderne e totalmente "green". 

DA "OIL SILO" A "SILO HOME
Si tratta di un edificio plurifamiliare costituito da tre unità, le quali differiscono sostanzialmente per superficie (dai 90 ai 225 metri quadrati circa) e tipologia di abitanti prevista (dalla coppia al nucleo familiare con 2 o più figli). L'unità più grande è distribuita su un unico livello, le minori su due (in totale i livelli abitabili ricavati all'interno della ex cisterna sono tre). Le abitazioni sono accessibili mediante un ascensore centrale, o tramite un parziale riutilizzo della scala esterna preesistente, che consente anche l'accesso al tetto giardino comune. Sulle superfici curve sono ricavate le necessarie bucature per l'ingresso della luce naturale e installati pannelli fotovoltaici e per il solare termico. Sono previste piccole verande private per ciascuna famiglia. Studiato per le caratteristiche climatiche della città di Detroit, nel Michigan, in modo da avere come riferimento un contesto concreto, questo modello è comunque teoricamente esportabile ovunque nel mondo ci sia la esigenza di recuperare silos in stato di abbandono. 

INTEGRAZIONE DI SISTEMI SOSTENIBILI
Le Silo Home sono immaginate come completamente autosufficienti dal punto di vista energetico, e come fulcro di un articolato sistema sostenibile. Non quindi degli episodi isolati di costruzioni a emissioni zero, ma edifici in grado di fornire energia da reimmettere in una rete; una vera e propria smart grid per la condivisione del surplus energetico, che consentirebbe inoltre di mantenere molto elevati i livelli di efficienza energetica, e di creare, a partire dai silos, delle vere e proprie comunità virtuose e immerse nel verde, attraverso un sistema integrato di gestione delle risorse che possa diventare un modello di riqualificazione di zone industriali dismesse. In questo modo le Silo Home diventerebbero dunque, oltre che un particolare esempio di riuso dell'esistente, anche un'interessante ipotesi di intervento di riqualificazione di intere aree in stato di degrado. Oltre al sistema fotovoltaico e per il solare termico, sono integrati nell'edificio: un sistema per la raccolta differenziata e la riduzione degli sprechi; un sistema di raccolta delle acque piovane e di filtraggio e depurazione delle acque grigie. La ventilazione naturale è favorita da una condotta verticale centrale (in corrispondenza dell'ascensore) per effetto camino e dalla forma sferica e sopraelevata della struttura. Il riscaldamento è realizzato mediante pannelli radianti a pavimento. 
Chi avrebbe mai detto che avremmo potuto guardare con occhi diversi, e per di più sostenibili, agli enormi silos che spesso campeggiano inquietanti e silenziosi a ridosso delle città (deturpando e contaminando coste e paesaggi meravigliosi come quelli del siracusano, del milazzese e del gelese per ricordare solo l'esempio siciliano)? 
PinkCloud è un collettivo internazionale di giovani progettisti. Fondato a Copenhagen, il gruppo utilizza l'architettura come un catalizzatore per lo sviluppo sociale, puntando sul coinvolgimento attivo delle comunità coinvolte dai processi di trasformazione e sulla sperimentazione creativa, con una attenzione particolare però alla ricerca di concretezza e non a progetti meramente visionari.


venerdì 14 settembre 2012

Da ex granaio a nuovo ufficio


Alle porte di Londra un antico edificio pericolante è stato ripristinato e messo in sicurezza per farne una sede aziendale. 

Realizzato nel 2011 sotto la supervisione dello studio inglese Pollard Thomas Edwards Architects, The Granary (il granaio) rappresenta un esempio di recupero e riadattamento armonioso di un edificio storico. 


IN STATO DI ABBANDONO

Situato a Barking, quartiere londinese nella parte orientale della città, l'edificio versava ormai da anni in uno stato di abbandono; disabitato per lungo tempo, The Granary si presentava pericolante e bisognoso di un restauro globale che potesse riportarlo in funzione. 


RIPRISTINO ARMONIOSO NEL RISPETTO DELL'EDIFICIO STORICO

Ad interessarsi al progetto la società Roof, che dopo aver acquisito il sito nel marzo 2010, ha deciso di volere stabilire la sua nuova sede aziendale proprio tra le mura del granaio. 
Fin da principio, il briefing dato agli architetti è stato quello di intervenire mettendo in sicurezza l'edificio, ottimizzandolo e riadattandolo ai nuovi usi, pur nel rispetto del carattere storico e dei riferimenti antichi del granaio. 


PANNELLI IN BRONZO PER L'INVOLUCRO

Considerando le cattive condizioni di partenza dell'edificio, l'intervento è iniziato con la riparazione il ripristino dell'involucro esterno dell'edificio: la struttura è stata ampliata, mantenendo la forma a doppio spiovente, fedelmente al disegno originale. 
L'involucro è stato pensato come un rivestimento in pannelli di bronzo, mentre all'interno le pareti divisorie interne non originali sono state rimosse, creando spazi ampi, ideali per gli uffici open-space. 
Infine, gli architetti sono intervenuti sulle finestre, allargandone la cornice, e creando ampi punti di luce, anche grazie a una serie di lucernari sul tetto. 
Il risultato è una struttura ariosa e solida, in cui la miscela di antico e moderno è ben evidente e caratterizza ogni scorcio.

venerdì 7 settembre 2012

Autocostruzione familiare in classe A

A Conselice, nel ravennate colpito dal terremoto, nasce la prima casa in Italia costruita a norma di legge da un'associazione di volontariato di parenti, amici e semplici conoscenti. 
Gli ideatori di Edilpaglia spiegano come si fa. 



 Nell’Italia strattonata dalla crisi economica ecco finalmente una buona nuova che potrebbe far risparmiare, e molto, tutte quelle persone che vogliono costruirsi una casa: stiamo parlando della nascita dell’autocostruzione familiare, un vero e proprio modello di edificazione collettiva e a norma di legge che stupisce per la semplicità delle regole (che ci sono, ovvio) e le potenzialità legate anche al volontariato. 
“Si chiama così per differenziarla dai modelli di autocostruzione finora in uso, ovvero quella assistita, che avviene tramite bandi comunali e di solito su scala medio-grande, e l’economia diretta, dove chi costruisce è il proprietario o i suoi stretti familiari”, spiega Mariangela Pucci, presidente di Edilpaglia, associazione nazionale nata nel 2009 che punta a promuovere l’uso delle balle di paglia nell’edilizia, “contro il tabù che pensa alle case di paglia come capanne e non a vere abitazioni come ci sono in tutta Europa”. 


Soluzione grazie al non profit 

È Edilpaglia, che dopo un percorso durato due anni e scandito da un tavolo di lavoro in cui erano presenti cittadini, associazioni e istituzioni, ha individuato il percorso giusto per ottenere il via libera a questa innovativa forma di costruzione fai da te, “dove chiunque può aiutare a costruire: i diretti interessanti all’abitazione, ma anche amici, conoscenti o persone che desiderano mettere a disposizione la loro manualità a titolo gratuita, una sorta di banca del tempo edile”, specifica Pucci. “La soluzione ci è stata indicata dall’Asl: attraverso la nascita di un’associazione di volontariato, e un intenso corso di formazione alla sicurezza nel cantiere, non ci sono leggi che vietano di auto costruirsi una casa, che sia con le balle di paglia o in altro materiale”. 


Nel ravennate la casa pilota 

A fine luglio 2012 sono partiti i lavori per la prima casa in Italia realizzata con l’autocostruzione familiare: si trova a Conselice, provincia di Ravenna, proprio nelle zone periferiche del terremoto della scorsa primavera e sarà di circa 100 metri quadri. “Nel primo mese di lavoro è già stata finita per metà, grazie anche ai corsi di costruzione che stiamo svolgendo in loco”, aggiunge Pucci. La tempistica è ben delineata: fino a fine settembre, da mercoledì a domenica si svolgono momenti di autocostruzione aperti a tutti (costo 300 euro comprensivo di vitto e alloggio, per iscriversi recarsi sul sito di Edilpaglia, ndr) anche per imparare, poi da ottobre, chiunque sarà iscritto alla neonata associazione di volontariato creata ad hoc, potrà partecipare ai lavori, assieme naturalmente ai proprietari della casa, in prima fila nella realizzazione. 


Risparmio e qualità garantiti 

“Tra l’uso di paglia e terra cruda nella muratura esterna (non in quella portante, che deve essere almeno di legno, secondo la legge, ndr), la manodopera risparmiata, di certo il prezzo scende, siamo tra i 1200-1300 euro al metro quadro, per una casa che può essere di classe A”, indica la presidente di Edilpaglia, di professione ingegnere. La tecnica usata per la casa del ravennate è quella Greb, molto usata in Canada e la più adattabile all’autocostruzione, ovvero all’equilibrio tra il fatto che chi costruisce spesso non è un esperto del mestiere e la necessità di avere una casa propriamente detta. 


Sempre più interesse 

Sia attorno al tema dell’autocostruzione sia alle case in paglia l’interesse è in forte crescita: “giovani coppie, gruppi di famiglie che vogliono andare a vivere assieme, eco villaggi sono tra quelli che più ci contattano”, riporta la presidente di Edilpaglia, che si dice “piacevolmente sorpresa di trovare tante porte aperte anche nei Comuni delle varie parti d’Italia dove presentiamo i progetti: sono quasi sempre molto interessati, e disposti a ridurre i tempi della burocrazia”. 


 [ Fonte: Edilpaglia - Articolo tratto da www.vita.it e scritto da Daniele Biella ]

giovedì 26 luglio 2012

venerdì 20 luglio 2012

Anche il restauro diventa Green

Ville venete, antichi palazzi nelle città, borghi medioevali sugli Appennini, trulli nel Tavoliere delle Puglie. 
Un patrimonio architettonico, storico e artistico che il mondo ci invidia e che potrà, presto, essere conservato con maggiore sostenibilità ambientale. 

È stato infatti presentato, giovedì scorso a Venezia, alla presenza dei rappresentanti di organizzazioni internazionali come l’Unesco e il World Green Building Council, il progetto di stesura del protocollo “LEED® forHistorical building”, primo esempio di sistema di certificazione per la ristrutturazione e il monitoraggio di edifici storici a livello mondiale

L’anteprima di quello che si potrebbe già chiamare “restauro green” è stata organizzata dal Green Building Council Italia (GBC Italia), associazione no profit nata da una costola dell’omonima organizzazione americana con l’obiettivo di favorire e accelerare la diffusione dell’edilizia sostenibile nel nostro Paese. 
Il Bel Paese, con le sue eccellenze storico-architettoniche universalmente conosciute e l’ampio bagaglio di esperienza nel restauro, farà quindi da incubatore e promotore del sistema di certificazione indipendente Leed® (Leadership in Energy and Environmental Design) per laprima volta applicabile alla conservazione, restauro e rifunzionalizzazione di edifici storici e con particolare valenza storica e architettonica. 
Una novità perché il sistema Leed, che stabilisce precisi criteri di progettazione e realizzazione di edifici salubri, energeticamente efficienti e a impatto ambientale contenuto, finora è stato introdotto solo nel sistema residenziale. 

Al lavoro ci sono già un Comitato standard e uno tecnico scientifico per un totale di 300 volontari che operano per elaborare le linee guida del protocollo – che verranno presentate a inizio del prossimo inverno a San Francisco – e per garantire trasparenza nei processi di analisi e stesura. Dei due gruppi di lavoro fanno parte esperti, tra cui il Dipartimento di Architettura di Ferrara, soggetti istituzionali, progettisti, imprese e proprietari immobiliari. Le linee di indirizzo di partenza fanno dialogare insieme due differenti culture, quella della conservazione e valorizzazione del patrimonioedilizio storico-architettonico tipicamente italiana, e quella della sostenibilità edilizia tipica del mondo anglosassone. 

Un insieme di strumenti tecnici e procedurali che possono contribuire allo sviluppo di regolamenti tecnici, codici di buona pratica e pratiche progettuali condivise in cui l’Italia giocherà un ruolo da protagonista nel contesto internazionale. Non avendo un riferimento in alcuno dei sistemi di rating sviluppati attualmente, GBC Italia sta analizzando “casi studio” sperimentali, interventi in progetto o in fase di cantiere su cui verificare la corrispondenza con il protocollo in via di elaborazione. 

Progettisti o enti che si apprestano a restaurare edifici storici possono dunque aderire a questa fase, collaborando attraverso i propri progetti e facendoli analizzare. 
 «Edifici e città storiche italiane sono già in un certo senso “Leed” , basti pensare al sistema di canalette per la raccolta di acqua piovana sotto l’Arena di Verona, costruita 2000 anni fa, o le cisterne perl’acqua dolce sotto i palazzi veneziani – commenta Mario Zoccatelli, presidente GBC Italia – Il problema è che ci siamo dimenticati di come si costruiva. 
Con l’avvio di questo progetto di identificazione di un protocollo specifico per gli edifici storici faremo un’operazione che mette insieme il sistema di certificazione Leed, l’esperienza italiana nel restauro e conservazione dei beni culturali, la cultura Unesco, che predica il rispetto della tradizione storica e delle comunità locali. È una questione sia culturale, sia tecnica, sia di business perché la crescita, di cui si parla tanto, in questo settore può avere un grande sbocco». 
Uno sbocco quasi obbligato, si potrebbe aggiungere, visto che la crescita del fabbisogno energetico, la scarsità di risorse tradizionali, la necessità di ridurre le emissioni di gas serra e, non ultimo, il consumo di territorio – basti pensare all’eccessiva cementificazione avvenuta nel nostro paese, con moltissimi edifici residenziali invenduti (specialmente in questo periodo) – impongono di ripensare al tema della riqualificazione del patrimonio edilizio esistente. 

A spiegare il contesto in cui si inserisce il nuovo protocollo “for Historic Buildings” in Italia è la giovane Paola Boarin, del Dipartimento di Architettura di Ferrara e coordinatrice del Comitato Standard. «Circa un terzo degli edifici esistenti nella nostra penisola – racconta - è costruito prima del 1945 e, a differenza di quanto edificato dopo, che fu di scarsa qualità, garantivano un benessere bioclimatico per chi vi abitava». 
Il comfort era dato da sistemi di mediazione bioclimatica, muri spessi, giardini interni nei cortili, controsoffitti in legno decorati che avevano una funzione di isolamento termico, sistemi di raccolta dell’acqua meteorica. I materiali erano reperiti in loco e si integravano con l’ambiente circostante, basti pensare alle case in pietra dei paesini collinari o al legno in quelle di montagna. 

Tutti elementi assolutamente sostenibili già insiti in molti edifici antichi da valorizzare, tenendo conto – cosa fondamentale – del contesto in cui il fabbricato è inserito.
«Il protocollo – continua l’architetto – valuterà se i progetti di restauro su edifici storici andranno nella direzione di mantenere queste caratteristiche di sostenibilità, anche perché, in caso contrario, l’edificio stesso non risponderà più correttamente alle sollecitazioni ambientali. Il fine del restauro secondo questo criterio non è arrivare a una casa passiva o in classe energetica A, ma a una sostenibilità storica, culturale, energetica nell’ambito di un intervento di conservazione». 

Un criterio di restauro che non esclude tecniche innovative o antisismiche. La sede del Dipartimento di Architettura di Ferrara, un palazzo cinquecentesco restaurato nel 2009 e consolidato sismicamente, ad esempio ha retto al terremoto che ha colpito il mese scorso l’Emilia Romagna. 
E ora i ricercatori sono impegnati, insieme alla Soprintendenza di Ferrara, nel dibattito su come ricostruire gli edifici storici crollati, come il Duomo di Mirandola, uno dei simboli della nostra storia decapitati dal sisma.

[ Fonte: www.greenews.info - Articolo di Alessandra Sgarbossa ]

venerdì 13 luglio 2012

Tetti vegetali nelle Isole Faer

Tra il Mare di Norvegia ed il nord dell'oceano Atlantico c'è Klaksvík, seconda città delle Isole Fær, una cittadina di 4.889 abitanti, circondata da scogliere e paesaggi incontaminati. 

Data l'esigenza di riqualificare il centro cittadino, il Comune di Klaksvík ha indetto un concorso di progettazione; a vincerlo lo studio di architettura Group8, al quale è stato affidato l'incarico di riprogettare in maniera creativa ed efficiente un'area centrale di 150,000 metri, in grado di collegare le parti Est ed Ovest della città e dando vita a uno spazio vivibile e identificativo. 


SPAZI PROTETTI DALLE INTEMPERIE. 

L'idea di Group8 è stata quella di creare un lungomare completamente pedonale e chiuso al traffico, in grado di incoraggiare l'interazione umana e la vita all'aria aperta. 
Per affrontare i rigidi e lunghi mesi invernali, il nuovo centro cittadino offre una serie di aree protette e facilities (piazze, terrazze, passeggiate), più un percorso di porticati coperti, al fine di consentire il flusso pedonale anche in condizioni climatiche avverse. 
“Una città sostenibile è una città che funziona nonostante le condizioni atmosferiche”, spiegano gli architetti di Group8. 


TETTI VEGETALI SECONDO TRADIZIONE SCANDINAVA

Altro aspetto importante considerato nella riprogettazione del centro riguarda l'efficienza dei nuovi edifici, in particolare dal punto di vista dell'isolamento termico, un aspetto essenziale a queste latitudini. 
Le nuove case del centro sono state riqualificate, a partire da un tetto vegetale verde, tipico di queste zone e garanzia di alto comfort termico all'interno, mentre per rispondere alle esigenze domestiche è stato pensato un sistema solare termico per abitazione. 
In questo modo, oltre ad assicurare una buona coibentazione, si mantiene un'estetica tradizionale e riconoscibile per la cittadina di Klaksvik.

[ Fonte: www.casaeclima.com ]

venerdì 6 luglio 2012

La casa nella roccia

Il tema dell’abitare la terra non potrebbe avere esiti più chiari di questo: un’abitazione realizzata nell’incavo formato da quattro grandi massi a Fafe, sulle alture del Portogallo Settentrionale, nei pressi del parco eolico nel Terras Highlands Fafe.

Realizzata a partire dal 1972 da un ingegnere rimasto affascinato dalla zona, è stata sempre utilizzata come casa di vacanza dalla sua famiglia. Le quattro sporgenze rocciose formano le pareti dell’abitazione completata con semplici pareti in pietra. 

L’interno è rustico ed essenziale, con arredi in legno: entrando ci si trova in un piccolo spazio di ingresso, un salottino e una cucina; tramite una scala in legno si accede al soppalco dove è organizzata la zona notte. 

L’apparenza di abitazione primitiva ha dato a questa struttura il soprannome di “casa dei Flinstone”: in realtà gli ambienti sono confortevoli e, seppur caratterizzati da locali di dimensioni ridotte, offrono tutte le comodità necessarie in una casa di campagna e un panorama molto suggestivo in le colline sono modellate dalle turbine eoliche. Ad eccezione delle aperture in vetro e del tetto in tegole, tutta l’abitazione utilizza pietra locale; la si trova nei tamponamenti dei 4 massicci blocchi principali che fungono da struttura portante ma anche negli arredi interni per cui viene utilizzato anche legno in assi e tronchi. 

La sensazione di trovarsi di fronte ad un edificio preistorico è certamente sottolineata dall’abilità del fotografo portoghese Guimarães Feliciano, l’autore di tutte le fotografie ufficiali reperibili in rete, che ha enfatizzato l’isolamento dell’abitazione rispetto ad altri edifici; in realtà nelle vicinanze si trova il villaggio di Pereira.

venerdì 29 giugno 2012

Riqualificazione architettonica USA

Completato da meno di un anno – a fine 2011 – Eco Modern Flats rappresenta un esempio di riqualificazione architettonica operata nel segno della sostenibilità e dell'inclusione sociale. 


RECUPERO DI 96 APPARTAMENTI

Premiato con il primo marchio LEED Platinum per la categoria “Case Multifamiliari” assegnato nello stato dell'Arkansas, l'intervento ha visto il recupero di un complesso residenziale costituito da quattro blocchi, contenenti un totale di 96 unità abitative. Costruiti tra il 1968 e il 1972, i quattro edifici si presentavano come grandi elementi prefabbricati in calcestruzzo, carenti di manutenzione, comfort termico e sistemi per la qualità dell'aria. 


CONNESSIONE CON L'ESTERNO

I progettisti del Modus Studio sono partiti da un recupero sistematico degli interni – che versavano in condizione di semi degrado – con una pulizia a fondo degli stessi e la ricostruzione degli spazi abitativi secondo un modello più flessibile, pur mantenendo i controsoffitti e i pavimenti in cemento. Tinteggiati di bianco, gli appartamenti sono stati concepiti come spazi flessibili e aperti, in cui prevalgono ampie finestrature e un collegamento con l'esterno. Ciascuna unità, infatti, dispone di un cortiletto privato e di una veranda esterna. 


INTERAZIONE

Altro aspetto altamente considerato in fase di progettazione è stato quello dell'inclusione sociale: grande importanza nell'intervento ha avuto il recupero degli spazi comuni all'aperto, a partire dalla creazione di cortili e frequenti punti di incontro, attrezzati con sedie, sdraio e tavolini, per favorire l'interazione e la vita all'aria aperta, possibile anche in virtù del clima locale, generalmente molto mite. Outdoor anche la grande piscina, vero cuore del complesso residenziale, posizionata al centro dei quattro blocchi. 


RACCOLTA DELL'ACQUA PIOVANA E SOLARE TERMICO

A garantire al progetto l'ottenimento del LEED PLATINUM anche una serie di accorgimenti aggiuntivi, a partire dalla selezione dei materiali biodegradabili da costruzione, la creazione di stazioni di riciclaggio lungo il perimetro del complesso, le cisterne di raccolta dell'acqua piovana e l'installazione di un sistema solare termico per la produzione di acqua calda sanitaria e il riscaldamento a bassa temperatura.

[ Fonte: www.casaeclima.com ]

venerdì 22 giugno 2012

Transition Towns: le citta' di transizione



Transition Towns è un movimento culturale che nasce tra il 2005 e il 2006 nel Kinsale (Irlanda) e Totnes (Inghilterra) da un idea dell’ambientalista Rob Hopkins. 
L'obiettivo del progetto è quello di preparare le comunità per la duplice sfida: il cambiamento climatico e il picco del petrolio
Aumentare la consapevolezza del vivere sostenibile e costruire la resistenza locale per il prossimo futuro sono gli obiettivi principali del progetto. In quanto una vita senza petrolio potrebbe essere più piacevole e appagante di quella attuale. 

L’idea delle città di transizione nasce per caso da un esercitazione scolastica proposta da Rob Hopkins ai suoi studenti quando insegnava al Kinsale Further Education College – Irlanda. Durante il corso viene elaborato il “Kinsale Energy Descent Plan”, un progetto che illustrava alcune azioni creative applicabili ai settori della produzione di energia, della salute, dell’istruzione, dell’economia e dell’agricoltura per un futuro sostenibile della città riorganizzata secondo un modello a basso consumo di risorse. Questo piano strategico fu poi adattato alla realtà locale della città di Kinsale con l’obiettivo ultimo di raggiungere l’indipendenza energetica. 

Ogni realtà decide il proprio percorso e piano di azione mantenendo i medesimi obiettivi. Le comunità sono incoraggiate a ricercare metodi per ridurre il consumo di energia e la loro dipendenza dall’uso della propria auto. 
Il progetto ruota intorno a due concetti fondamentali
In primis ci si domanda perché non utilizzare la creatività e il patrimonio intellettuale e di adattamento - che l’umanità ha messo in gioco nel corso della storia per raggiungere lo stato di sviluppo attuale grazie all’utilizzo delle fonti di energia fossili - per intraprendere un percorso che permetta di vivere meglio senza sprecare le risorse naturali. In secondo luogo, la consapevolezza che l’azione tempestiva e soprattutto collettiva ha una più alta percentuale di riuscita di raggiungimento degli obiettivi. 

Il numero delle comunità coinvolte nel progetto è in continuo aumento. 
E’ possibile consultare la mappa aggiornata sulle realtà locali coinvolte nel mondo. In Italia diverse città e comunità hanno già intrapreso o stanno per diventare citta’ di transizione. È possibile consultare l’elenco italiano.