venerdì 30 novembre 2012

E' il caso di dire: Mattone su Mattone!

A jeyhoon, zona tra le più povere della capitale iraniana, una delle migliori realizzazioni architettoniche dell'anno.

Oltre ad aver partecipato al Festival dell'Architettura 2012 nella categoria edifici residenziali, la "Brick Pattern House", modello di casa in mattoni situato in una delle zone più povere di Tehran (Iran), è stata premiata dal magazine iraniano di architettura Memar come una delle migliori realizzazioni architettoniche dell'anno. 

"L'edificio - racconta Alireza Mashhadmirza, architetto del progetto - è situato nella zona povera di jeyhoon, dove difficilmente si può trovare un edificio che abbia i requisiti minimi di una costruzione sana. Questo progetto - continua l'architetto - per me è stata dunque una sfida, perché sapevo che non avevo alcuna possibilità di guadagnare denaro, ma ero determinato a dimostrare che l'architettura più trovare spazio anche in aree economicamente e culturalmente povere". 


CARATTERISTICHE

Oltre ad essere stato costruito con una struttura anti-sismica, l'edificio possiede pareti che garantiscono il risparmio di energia, proprietà acustiche accettabili, sicurezza anti-incendio e funzionali servizi tecnici. Ma la vera particolarità è rappresentata dalla parete esterna. L'architetto infatti, per richiamare l'architettura tradizionale araba, ha utilizzato come materiale da costruzione principale il mattone ed è andato a creare una sorta di mashrabiya contemporanea che copre l'intera facciata. 


NIENTE TENDE

Il muro di mattoni tridimensionale così realizzato ha anche un valore culturale. Infatti, in Iran la gente è molto attenta alla privacy, tanto che nelle case molto spesso vengono usati dei tendaggi. In questo modo però, la vista esterna viene del tutto coperta. Ora, grazie a questo sistema "semitrasparente", non solo non saranno necessarie le tende, ma sarà possibile godere della vista esterna senza essere visti. 


SCHERMATURA E ACCUMULO

La mashrabiya realizzata in laterizio oltre a schermare dai raggi solari accumula il calore durante il giorno per rilasciarlo nelle notte. Le capacità igrometriche del materiale impiagato possono anche equilibrare, quando le condizioni metereologiche lo consentono, il livello di umidità ambientale.


[ Fonte: www.casaeclima.com ]



venerdì 23 novembre 2012

BioCity: la città intelligente

L'Associazione culturale "Effetti Collaterali" in collaborazione con il portale "Architettura Ecosostenibile", e con il patrocinio del Comune di Salerno, promuove l’evento "Ecoquartieri. Ambienti urbani sostenibili. Incontri sul vivere green". 

L’Associazione mostra ancora una volta grande sensibilità ai temi della sostenibilità, di cui il nostro portale è da sempre portavoce, proseguendo un processo di riflessione e di approfondimento sul tema dell’architettura come prodotto sociale, e della città intelligente, iniziato con grande successo nella scorsa edizione. Il tema di questo secondo appuntamento di "Biocity

La città intelligente", che si svolgerà Venerdì 14 e Sabato 15 dicembre a Salerno, è l’eco quartiere. Quando si parla di eco quartiere ci si riferisce ad un insediamento fatto di alloggi, servizi e spazi aperti comuni. 
Non entra in gioco il solo concetto di efficienza energetica, legato alle prestazioni energetiche dei singoli edifici, ma anche quello di mobilità sostenibile, pubblica, pedonale e ciclabile, e soprattutto di qualità della vita, strettamente connessa con l’etica della condivisione degli spazi e con l’importanza del rapporto uomo-natura. 
Il quartiere è la componente più piccola del “sistema città”, e come tale il suo sviluppo ha un’importanza strategica per l’espansione urbana. 
Progettare un ecoquartiere, dunque, vuol dire affrontare la sostenibilità con un approccio olistico, che riguardi la rinnovabilità delle fonti di energia, l’eco sviluppo urbano e ambientale nell’organizzazione degli spazi verdi, e la partecipazione collettiva: il progetto del quartiere, attraverso il coinvolgimento di istituzioni, pubbliche e private, risorse economiche, politiche, sociali e culturali, deve partire dal basso, ovvero dalla cittadinanza che vive la città e necessita che il suo sviluppo avvenga in accordo con i propri bisogni. 


Tema centrale dell’evento è la qualità della vita dell’abitante. 

In una città con proprie caratteristiche tipo-morfologiche, climatiche, ambientali e sociali, è impensabile applicare acriticamente modelli, metodi e tecnologie importati da latitudini lontane. In questo senso la forza delle evoluzioni nell’ambito della tecnologia, che sembra oggi interpretare universalmente le esigenze dei cittadini occidentali, andrebbe stemperata dall’importanza tutta ecologica di legare i bisogni dei cittadini agli equilibri climatici, ambientali e paesaggistici delle città. 

L’iniziativa mira a promuovere un ciclo di incontri, in cui sia prioritario l’obiettivo di accrescere nei partecipanti quella conoscenza e coscienza che li vuole prima di tutto protagonisti attivi delle scelte sul futuro delle città. 
Le conferenze, tenute da esperti italiani e stranieri, avranno un taglio insieme teorico e pratico. 
Da una parte si illustreranno esempi di eco quartieri, casi-studio selezionati all’interno del panorama italiano ed internazionale, in una sorta di racconto su cosa si è fatto fino ad oggi e cosa è in programma per il futuro. Dall’altra, si proseguirà con dibattiti, discussioni e proposte finalizzati a dar voce alle iniziative delle comunità locali e dei singoli cittadini. 
Per questo l’evento è rivolto a esperti del settore, studenti e studiosi di architettura ed ingegneria, periti, geometri, agronomi, progettisti, pianificatori, professionisti, imprenditori e tutti i cittadini che sono interessati ed impegnati a incoraggiare lo sviluppo sostenibile delle nostre città e dei nostri quartieri. 


La partecipazione è gratuita ma è necessaria la registrazione 

Il termine ultimo per le iscrizioni è il 28 novembre.



venerdì 16 novembre 2012

Verona: quando l'ambiente circostante è parte della casa


Il residence Santa Caterina è realizzato tra prati e percorsi pedonali che si inseriscono quasi direttamente all’interno delle abitazioni.

È stato inaugurato a Verona il Residence Santa Caterina, progetto di architettura residenziale realizzato da Alberto Apostoli in cui l’ambiente circostante è parte integrante del progetto stesso
La realizzazione è frutto di un precedente “Accordo di Programma” (il primo nel comune di Verona) stipulato tra il Comune di Verona e la Proprietà e interessa un’area di circa 35.000 mq. Su tale area, oltre all’area residenziale di 21.000 mq, trovano luogo anche un parco pubblico di circa 10.000 mq e un parcheggio per circa 80 auto. 

IL PROGETTO
L’intervento prevede due soli piani fuori terra ed un piano interrato (pari a circa 9.000 mq) che contribuisce a creare la distribuzione dei blocchi abitativi. La planimetria del piano interrato è celata al piano terra attraverso la creazione dei volumi residenziali. Gli stessi materiali usati all’esterno delle abitazioni sono stati utilizzati anche per l’interno in un unicum stilistico che unisce le funzioni private con l’ambiente. 

ILLUMINAZIONE
L’illuminazione è un altro elemento fondamentale per l’integrazione tra esterno ed interno e prevede l’utilizzo di corpi illuminanti simili per le due funzioni. Il progetto illuminotecnico esterno è basato sostanzialmente sull’idea che elementi architettonici ed alberi siano da considerarsi simili per l’impatto estetico generale e, pertanto, “gestiti” con i medesimi criteri. Le 50 abitazioni sono distinte in tre principali tipologie (75,150, 225 mq), ma ogni singola abitazione è unica e particolare. 

RISPARMI ENERGETICI
Per quanto riguarda l'aspetto energetico, tutte le unità abitative sono gestite con sistemi di domotica e dotate di impianti a pavimento di riscaldamento e raffrescamento autonomi e di tipo radiante. Ogni abitazione è attrezzata con sistemi di ventilazione meccanica controllata in versione pompa di calore aria/aria che consentono alle abitazioni di godere di confort interno. Ogni abitazione è stata certificata in “Classe A” ed è dotata di un impianto per la produzione di energia elettrica (almeno 1kW per ogni unità immobiliare) mediante pannelli fotovoltaici posti in copertura (circa 8 mq di sviluppo). Per la produzione di acqua calda sono stati istallati pannelli solari termici (4 mq di sviluppo) con un serbatoio da 200 litri. Nelle parti comuni, l’impianto di illuminazione a basso consumo è dotato di accensione tramite sensore crepuscolare. VERDE. Il progetto del verde prevede la realizzazione di alcuni giardini pensili. Ogni essenza è stata selezionata solo tra quelle tipiche del territorio. Una particolare attenzione è stata dedicata ai colori autunnali, i gialli e gli arancio di Faggi, Aceri e Liriodendron sapranno dare suggestioni cromatiche di grande effetto. I Pyracantha, le rose rugose, i melograni ed i prugnoli sapranno deliziare con i loro frutti selvatici e le loro bacche.

[ Fonte: www.casaeclima.com ]


venerdì 19 ottobre 2012

Emergency in Sudan e l'architettura solidale

Il Centro Salam è il primo centro di cardiochirurgia che offre assistenza e cure gratuite alle popolazioni del Sudan e dei paesi limitrofi
Ultimato nel 2007 nella città di Soba, a 20 Km dalla capitale Khartoum, è un mirabile esempio di architettura ospedaliera da cui anche le strutture europee dovrebbero trarre ispirazione. 
Il progetto nasce dall’idea di Raul Pantaleo, membro dello studio veneziano Tamassociati da anni impegnato nello sviluppo responsabile e sostenibile. 

IL PROGETTO ARCHITETTONICO 
L’edificio, situato in una grande area verde di circa 40.000 mq non lontana dal Nilo Azzurro, sviluppa una superficie coperta di 10.000 mq a forma di “C” intorno ad una corte che racchiude due alberi di mango, divenuti ormai simboli dell’ospedale. 
Pur essendo un’architettura sobria, dal disegno pulito di sapore contemporaneo, cerca di valorizzare la cultura tradizionale e di non imporre la sua presenza nel contesto, infatti la tipologia a padiglione riduce l’impatto visivo grazie alla ridotta altezza degli edifici. 
Oltre alla presenza di spazi funzionali, molto è stato puntato sulla realizzazione di ambienti accoglienti: ai tipici locali presenti negli ospedali, si aggiungono zone per la meditazione e per l’accoglienza e l’alloggio messi a disposizione dei parenti dei pazienti. 

GESTIRE SABBIA E CALORE IN MODO SOSTENIBILE 
Durante la progettazione e la realizzazione di questo intervento le difficoltà affrontate riguardavano soprattutto l’ostilità dell’ambiente e la collaborazione con la manodopera locale. 
La sfida contro il deserto è stata vinta grazie ad accurati accorgimenti impiantistici e a particolari elementi costruttivi mirati all’ottenimento del massimo risparmio energetico. 
La sabbia e la polvere, trasportate dalle frequenti tempeste, vengono catturate da un camino per essere poi convogliate in lunghi tubi che hanno il compito di rallentare la velocità d’ingresso dell’aria affinché la sabbia si depositi, mentre l’utilizzo di acqua nebulizzata provvede all’eliminazione delle polveri. A seguito di questo processo l’aria depurata viene utilizzata nel sistema di condizionamento perché, durante il suo percorso nelle tubazioni, si è verificata una diminuzione di temperatura pari a circa 9 °C rispetto a quella iniziale di ingresso. 
 Il clima desertico spesso porta le temperature estive oltre i 50 °C, tuttavia le temperature interne di un ospedale devono essere comprese in un intervallo che va dai 18 ai 24 °C. Sono stati previsti, pertanto, diversi metodi per la protezione passiva dal calore come ad esempio la costruzione di muri esterni altamente isolanti utilizzando mattoni in laterizio pieno intervallati da un’intercapedine areata per uno spessore totale di circa 60 cm. Le finestre sono costituite da doppio vetro, mentre gli schermi fissi per la protezione dai raggi solari sono stati eseguiti intrecciando corde ottenute da una fibra naturale estratta da piante locali. 
Anche il verde che circonda la struttura aiuta a mitigare all’interno le alte temperature. 

QUASI 1000 MQ DI PANNELLI SOLARI 
Per rinfrescare ulteriormente gli ambienti interni, riducendo notevolmente le spese di energia elettrica riducendo l’immissione di anidride carbonica nell’atmosfera, sono stati istallati dei pannelli solari per una superficie di circa 900 mq. Infatti l’intero impianto produce 3.600 kWh che corrispondono al risparmio di 300 Kg di gasolio. 
All’interno dei collettori solari le tubazioni in rame, in cui scorre l’acqua, sono racchiuse in ulteriori tubazioni in vetro affinché il calore assorbito dall’acqua per irraggiamento non venga disperso a contatto con il rame. Il calore viene trasferito in un serbatoio coibentato che mantiene l’acqua ad elevate temperature. 
Per ottenere il passaggio dal caldo al freddo si utilizzano macchine ad assorbimento nelle quali viene immesso il calore trattenuto nel serbatoio per riscaldare una miscela di acqua e bromuro di litio fino a che, attraverso trasformazioni fisiche proprie dei cicli frigoriferi, essa è in grado di abbassare notevolmente la temperatura dell’acqua. Il passaggio finale, e cioè l’immissione di aria fredda negli ambienti ospedalieri, è affidato alle UTA (Unità di trattamento dell’aria). 
L’aria è prelevata dall’ambiente esterno e trasferita nell’UTA in cui viene opportunamente trattata e successivamente immessa all’interno dei locali in condizioni termoigrometriche adeguate e alla temperatura desiderata. 
Forse prima della fine dei lavori sembrava per tutti un’utopia, ma ora è una realtà tangibile che funziona da ormai cinque anni: in uno dei Paesi più poveri del mondo è stato realizzato un esempio di struttura ospedaliera tecnologicamente sostenibile e sofisticata utilizzando un linguaggio etico nella definizione di tutti i dettagli costruttivi.




venerdì 12 ottobre 2012

Omotenashi House

Al Solar Decathlon 2012 il Giappone partecipa con un progetto abitativo a metà strada tra tradizione e innovazione. Si tratta dell'Omotenashi House, una versione contemporanea di una casa da tè tradizionale messa a punto dal team della Chiba University. 

AFFIANCATA DA UNA RISAIA
Nello stesso progetto convivono aspetti dell'antica cultura nipponica accostati a tecnologie sostenibili ed accorgimenti di bio-architettura, in pieno mood da 21°secolo. L'abitazione, sviluppata su un unico livello, è affiancata da un'ampia area verde. Niente prato classico, per la casa Omotenashi i progettisti hanno pensato a una risaia, con duplice funzione: fornire riso in abbondanza agli abitanti ed assolvere naturalmente alla funzione di depurazione delle acque reflue. 

CORTINA VEGETALE. 
Entrando nell'abitazione, i visitatori approdano a una veranda leggermente sopraelevata, oscurata e protetta da una vera e propria cortina verde. Sostenute da una struttura fatta in cavi, leggera ma robusta, le piante si arrampicano verticalmente, creando una sorta di sipario vivente. Oltre all'aspetto più prettamente estetico, questo sistema consente di limitare il sovraccarico termico durante i mesi estivi, regolando la temperatura degli interni. 

UNA SERRA BEN ISOLATA. 
Il verde rappresenta il vero fil-rouge del progetto: un'ampia varietà di piante tipiche del Giappone circonda l'abitazione la quale, oltre alla già citata risaia, è provvista anche di una serra ben protetta e termicamente isolata, dove crescere ogni tipo di coltura. Esposta a sud, l'Omotenashi House è dotata di un articolato impianto solare termico e di un sistema di recupero e riutilizzo dell'acqua sanitaria. 

PARTIZIONI MOBILI IN CARTA DI RISO. 
All'interno emerge con chiarezza il carattere nipponico del progetto: come da tradizione, prevalgono elementi modulari e leggeri, ricavati da materie prime reperite localmente. In questo caso, l'ampia zona giorno è suddivisa da partizioni mobili realizzate in carta giapponese traslucida, la quale permette alla luce naturale di filtrare, fornendo al contempo la privacy necessaria. I pavimenti sono rivestiti con i tipici tatami giapponesi: naturali, riciclabili e biodegradabili, si tratta di pannelli rettangolari affiancati l'uno all'altro e realizzati con paglia di riso intrecciata e pressata. Completano il progetto una serie di elementi d'arredo di spiccata derivazione giapponese, a partire dai pouf e dal set da tè.


[ Fonte: www.casaeclima.com ]

venerdì 5 ottobre 2012

L'importanza dell'isolamento termico

Tutela del clima e dell’ambiente, bassi costi di gestione e benessere abitativo sono argomenti fondamentali che si possono soddisfare utilizzando un adeguato sistema di isolamento termico, come il Sistema Cappotto Fassatherm® di Fassa Bortolo

A tal proposito abbiamo parlato con il Direttore Marketing della Fassa il dott. Eugenio Cervato che ha risposto ad alcune domande per chiarire e approfondire questo argomento di forte attualità. 

· Perché è importante isolare in modo corretto la propria abitazione? Quali problemi si possono evitare facendolo?
E’ importante isolare in maniera corretta per risparmiare energia: in questo modo si riduce la dispersione di calore nel periodo invernale e si consente un miglior isolamento nel periodo estivo. 
Il risultato è l’abbattimento dei ponti termici, evitando punti freddi all’interno dell’edificio che possono dare origine a condensa e quindi muffe che alterano la salubrità ed il confort dei locali interni. 

· Cosa si intende per isolamento a cappotto e quali sono i suoi vantaggi? 
Si intende un isolamento con idonei pannelli isolanti all’esterno e un conseguente abbattimento della trasmittanza termica delle superfici opache verticali degli edifici. 
Il sistema a cappotto è la miglior soluzione per isolare termicamente un’abitazione. 

· L’isolamento a cappotto può essere applicato su tutti i tipi di abitazione? Sia già costruite sia in fase di costruzione? 
Si, il sistema a cappotto può essere applicato su ogni tipologia di abitazione valutando caso per caso il ciclo corretto per ogni intervento. Le nuove costruzioni devono rispettare la trasmittanza termica imposta per legge secondo la zona climatica di riferimento e pertanto l’isolamento dell’edificio è obbligatorio. 
Nel caso di riqualificazione energetica dell’edificio esistente è possibile ottenere il beneficio delle detrazioni fiscali, compatibilmente con le indicazioni della Sovrintendenza. 
Ad esempio nei centri storici molte abitazione sono vincolate e le facciate non possono essere modificate: in tal caso occorre intervenire dall’interno.

[ Fonte: Intervista al direttore marketing della Fassa Bortolo ]


venerdì 28 settembre 2012

Le Silo Home


E se davvero riuscissimo, in un giorno non troppo lontano magari, a sostituire definitivamente il petrolio con fonti di energia rinnovabili, che cosa ne sarebbe delle migliaia di silos costruiti per contenere il tanto discusso liquido nero? 

Ci hanno pensato i giovani progettisti di PinkCloud che, partendo da questa ipotesi - meno utopistica di quel che potrebbe sembrare - hanno studiato un piano piuttosto dettagliato per il recupero ed il riutilizzo sostenibile di questi "contenitori", trasformandone radicalmente sia la destinazione che il significato simbolico: da contenitori di petrolio, con tutte le conseguenze negative per l'ambiente, a "contenitori di vita", abitazioni plurifamiliari accessibili, energeticamente autosufficienti ed a loro volta generatrici di energia pulita. 

I SILOS
Nel mondo esistono circa 50 mila contenitori pressurizzati per il deposito di petrolio, distribuiti in oltre 650 raffinerie. Se la popolazione mondiale continuasse a crescere ai ritmi attuali, potrebbe aggravarsi ulteriormente il problema del reperimento di questo tipo di materia prima e dunque occorrerebbe necessariamente puntare su sistemi di produzione energetica differenti e, perché no, maggiormente rinnovabili. L'idea del team di progettisti nasce proprio dalla riflessione sul potenziale progressivo abbandono delle migliaia di strutture di deposito, e sulla loro possibile riconversione in chiave sostenibile. 

COME RENDERE ABITABILE UN EX DEPOSITO DI IDROCARBURI
Naturalmente un cambio di destinazione d'uso così radicale comporta una precisa riflessione in termini di fattibilità: come eliminare il rischio di residui tossici in un edificio destinato alla abitazione? Gli autori del progetto fanno riferimento ad una biotecnologia di risanamento, che prevede l'utilizzo dei cosiddetti "batteri mangiapetrolio", microrganismi che letteralmente si cibano di petrolio e sono in grado di digerire idrocarburi ed altre sostanze tossiche per l'uomo. Successivamente alla bonifica si procederebbe, partendo dalla base strutturale esistente, al montaggio di solai e tramezzi, alla installazione degli impianti, alle finiture ed agli arredi. L'assemblaggio modulare e la prefabbricazione della maggior parte dei componenti riducono i costi globali (oltre che i tempi di realizzazione) del 33%, rispetto ad una costruzione ex novo di tipo tradizionale e comparabile, consentendo dunque anche a fasce meno abbienti della popolazione di accedere ad abitazioni moderne e totalmente "green". 

DA "OIL SILO" A "SILO HOME
Si tratta di un edificio plurifamiliare costituito da tre unità, le quali differiscono sostanzialmente per superficie (dai 90 ai 225 metri quadrati circa) e tipologia di abitanti prevista (dalla coppia al nucleo familiare con 2 o più figli). L'unità più grande è distribuita su un unico livello, le minori su due (in totale i livelli abitabili ricavati all'interno della ex cisterna sono tre). Le abitazioni sono accessibili mediante un ascensore centrale, o tramite un parziale riutilizzo della scala esterna preesistente, che consente anche l'accesso al tetto giardino comune. Sulle superfici curve sono ricavate le necessarie bucature per l'ingresso della luce naturale e installati pannelli fotovoltaici e per il solare termico. Sono previste piccole verande private per ciascuna famiglia. Studiato per le caratteristiche climatiche della città di Detroit, nel Michigan, in modo da avere come riferimento un contesto concreto, questo modello è comunque teoricamente esportabile ovunque nel mondo ci sia la esigenza di recuperare silos in stato di abbandono. 

INTEGRAZIONE DI SISTEMI SOSTENIBILI
Le Silo Home sono immaginate come completamente autosufficienti dal punto di vista energetico, e come fulcro di un articolato sistema sostenibile. Non quindi degli episodi isolati di costruzioni a emissioni zero, ma edifici in grado di fornire energia da reimmettere in una rete; una vera e propria smart grid per la condivisione del surplus energetico, che consentirebbe inoltre di mantenere molto elevati i livelli di efficienza energetica, e di creare, a partire dai silos, delle vere e proprie comunità virtuose e immerse nel verde, attraverso un sistema integrato di gestione delle risorse che possa diventare un modello di riqualificazione di zone industriali dismesse. In questo modo le Silo Home diventerebbero dunque, oltre che un particolare esempio di riuso dell'esistente, anche un'interessante ipotesi di intervento di riqualificazione di intere aree in stato di degrado. Oltre al sistema fotovoltaico e per il solare termico, sono integrati nell'edificio: un sistema per la raccolta differenziata e la riduzione degli sprechi; un sistema di raccolta delle acque piovane e di filtraggio e depurazione delle acque grigie. La ventilazione naturale è favorita da una condotta verticale centrale (in corrispondenza dell'ascensore) per effetto camino e dalla forma sferica e sopraelevata della struttura. Il riscaldamento è realizzato mediante pannelli radianti a pavimento. 
Chi avrebbe mai detto che avremmo potuto guardare con occhi diversi, e per di più sostenibili, agli enormi silos che spesso campeggiano inquietanti e silenziosi a ridosso delle città (deturpando e contaminando coste e paesaggi meravigliosi come quelli del siracusano, del milazzese e del gelese per ricordare solo l'esempio siciliano)? 
PinkCloud è un collettivo internazionale di giovani progettisti. Fondato a Copenhagen, il gruppo utilizza l'architettura come un catalizzatore per lo sviluppo sociale, puntando sul coinvolgimento attivo delle comunità coinvolte dai processi di trasformazione e sulla sperimentazione creativa, con una attenzione particolare però alla ricerca di concretezza e non a progetti meramente visionari.


venerdì 14 settembre 2012

Da ex granaio a nuovo ufficio


Alle porte di Londra un antico edificio pericolante è stato ripristinato e messo in sicurezza per farne una sede aziendale. 

Realizzato nel 2011 sotto la supervisione dello studio inglese Pollard Thomas Edwards Architects, The Granary (il granaio) rappresenta un esempio di recupero e riadattamento armonioso di un edificio storico. 


IN STATO DI ABBANDONO

Situato a Barking, quartiere londinese nella parte orientale della città, l'edificio versava ormai da anni in uno stato di abbandono; disabitato per lungo tempo, The Granary si presentava pericolante e bisognoso di un restauro globale che potesse riportarlo in funzione. 


RIPRISTINO ARMONIOSO NEL RISPETTO DELL'EDIFICIO STORICO

Ad interessarsi al progetto la società Roof, che dopo aver acquisito il sito nel marzo 2010, ha deciso di volere stabilire la sua nuova sede aziendale proprio tra le mura del granaio. 
Fin da principio, il briefing dato agli architetti è stato quello di intervenire mettendo in sicurezza l'edificio, ottimizzandolo e riadattandolo ai nuovi usi, pur nel rispetto del carattere storico e dei riferimenti antichi del granaio. 


PANNELLI IN BRONZO PER L'INVOLUCRO

Considerando le cattive condizioni di partenza dell'edificio, l'intervento è iniziato con la riparazione il ripristino dell'involucro esterno dell'edificio: la struttura è stata ampliata, mantenendo la forma a doppio spiovente, fedelmente al disegno originale. 
L'involucro è stato pensato come un rivestimento in pannelli di bronzo, mentre all'interno le pareti divisorie interne non originali sono state rimosse, creando spazi ampi, ideali per gli uffici open-space. 
Infine, gli architetti sono intervenuti sulle finestre, allargandone la cornice, e creando ampi punti di luce, anche grazie a una serie di lucernari sul tetto. 
Il risultato è una struttura ariosa e solida, in cui la miscela di antico e moderno è ben evidente e caratterizza ogni scorcio.

venerdì 7 settembre 2012

Autocostruzione familiare in classe A

A Conselice, nel ravennate colpito dal terremoto, nasce la prima casa in Italia costruita a norma di legge da un'associazione di volontariato di parenti, amici e semplici conoscenti. 
Gli ideatori di Edilpaglia spiegano come si fa. 



 Nell’Italia strattonata dalla crisi economica ecco finalmente una buona nuova che potrebbe far risparmiare, e molto, tutte quelle persone che vogliono costruirsi una casa: stiamo parlando della nascita dell’autocostruzione familiare, un vero e proprio modello di edificazione collettiva e a norma di legge che stupisce per la semplicità delle regole (che ci sono, ovvio) e le potenzialità legate anche al volontariato. 
“Si chiama così per differenziarla dai modelli di autocostruzione finora in uso, ovvero quella assistita, che avviene tramite bandi comunali e di solito su scala medio-grande, e l’economia diretta, dove chi costruisce è il proprietario o i suoi stretti familiari”, spiega Mariangela Pucci, presidente di Edilpaglia, associazione nazionale nata nel 2009 che punta a promuovere l’uso delle balle di paglia nell’edilizia, “contro il tabù che pensa alle case di paglia come capanne e non a vere abitazioni come ci sono in tutta Europa”. 


Soluzione grazie al non profit 

È Edilpaglia, che dopo un percorso durato due anni e scandito da un tavolo di lavoro in cui erano presenti cittadini, associazioni e istituzioni, ha individuato il percorso giusto per ottenere il via libera a questa innovativa forma di costruzione fai da te, “dove chiunque può aiutare a costruire: i diretti interessanti all’abitazione, ma anche amici, conoscenti o persone che desiderano mettere a disposizione la loro manualità a titolo gratuita, una sorta di banca del tempo edile”, specifica Pucci. “La soluzione ci è stata indicata dall’Asl: attraverso la nascita di un’associazione di volontariato, e un intenso corso di formazione alla sicurezza nel cantiere, non ci sono leggi che vietano di auto costruirsi una casa, che sia con le balle di paglia o in altro materiale”. 


Nel ravennate la casa pilota 

A fine luglio 2012 sono partiti i lavori per la prima casa in Italia realizzata con l’autocostruzione familiare: si trova a Conselice, provincia di Ravenna, proprio nelle zone periferiche del terremoto della scorsa primavera e sarà di circa 100 metri quadri. “Nel primo mese di lavoro è già stata finita per metà, grazie anche ai corsi di costruzione che stiamo svolgendo in loco”, aggiunge Pucci. La tempistica è ben delineata: fino a fine settembre, da mercoledì a domenica si svolgono momenti di autocostruzione aperti a tutti (costo 300 euro comprensivo di vitto e alloggio, per iscriversi recarsi sul sito di Edilpaglia, ndr) anche per imparare, poi da ottobre, chiunque sarà iscritto alla neonata associazione di volontariato creata ad hoc, potrà partecipare ai lavori, assieme naturalmente ai proprietari della casa, in prima fila nella realizzazione. 


Risparmio e qualità garantiti 

“Tra l’uso di paglia e terra cruda nella muratura esterna (non in quella portante, che deve essere almeno di legno, secondo la legge, ndr), la manodopera risparmiata, di certo il prezzo scende, siamo tra i 1200-1300 euro al metro quadro, per una casa che può essere di classe A”, indica la presidente di Edilpaglia, di professione ingegnere. La tecnica usata per la casa del ravennate è quella Greb, molto usata in Canada e la più adattabile all’autocostruzione, ovvero all’equilibrio tra il fatto che chi costruisce spesso non è un esperto del mestiere e la necessità di avere una casa propriamente detta. 


Sempre più interesse 

Sia attorno al tema dell’autocostruzione sia alle case in paglia l’interesse è in forte crescita: “giovani coppie, gruppi di famiglie che vogliono andare a vivere assieme, eco villaggi sono tra quelli che più ci contattano”, riporta la presidente di Edilpaglia, che si dice “piacevolmente sorpresa di trovare tante porte aperte anche nei Comuni delle varie parti d’Italia dove presentiamo i progetti: sono quasi sempre molto interessati, e disposti a ridurre i tempi della burocrazia”. 


 [ Fonte: Edilpaglia - Articolo tratto da www.vita.it e scritto da Daniele Biella ]

giovedì 26 luglio 2012